La stella

cuore

  C’era una volta una bambina nel deserto. Si era persa mentre con una carovana, attraversava le distese di sabbia gialla. Si era allontanata per scivolare sui lunghi pendii sabbiosi, da sola, lei stava sempre da sola e aveva perso l’orientamento. La sua carovana non c’era più. Girava lo sguardo da ogni dove. Dove avrebbe dormito? E l’acqua? Come avrebbe fatto senza acqua? La notte stava arrivando e con essa il gelo. La bambina era sola e dispersa nel deserto. Decise di scavare una buca e di mettercisi dentro, ricoprendosi con la sabbia, come se fosse una coperta. Ma non riusciva a dormire, la paura la teneva sveglia e nel cielo non c’era nemmeno una stella ad illuminare il buio. La luna offuscata era seminascosta dalle nuvole. Chiuse gli occhi e pensò intensamente alle cose più belle che le erano accadute. Ma non funzionava. Allora cominciò a pregare. Chi? Cosa? Qualcuno. Nessuno le aveva insegnato la preghiera ma sapeva che esisteva la luce oltre quel buio e che quella luce poteva aiutarla. Le apparve, negli occhi chiusi, un cavaliere che le sorrideva con un sorriso dolce, vero e rassicurante. Un sorriso così luminoso che ne nacque una stella. Il cavaliere prese la stella nella mano e gliela porse e poi scomparve. Quando la bambina riaprì gli occhi vide in cielo una unica luminosissima stella che le sorrideva dall’alto. Si ricordò della storia dei Re Magi e del sorriso del cavaliere e decise di seguirla. Camminò e camminò in direzione della stella finchè non arrivò l’alba a portarla via. Ma la stella l’aveva portata vicino ad un’oasi. In lontananza vide palme, uomini, la vita. Era salva. Quel sorriso l’aveva salvata, quella stella, quella preghiera. Mentre camminava verso l’oasi continuava a ripetere grazie, grazie, grazie e decise che dal quel momento in poi avrebbe regalato i suoi sorrisi a chiunque avesse incontrato e avrebbe insegnato a tutti a fare altrettanto. Perchè un sorriso può essere per qualcuno una stella che indica la via e che gli salva la vita.

In ogni sorriso c’è un cuore e una stella da donare e da accogliere.

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Le parentesi tonde!

C’era una volta, una frase che viveva tra due parentesi tonde. Si sentiva stretta, tra quelle due parentesi, perché nessuno le dava importanza. Tutti leggevano le frasi prima e dopo ma nessuno si soffermava su quella tra parentesi perché le parentesi, a suo dire, rendevano la frase di poco conto, quasi invisibile.

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La frase si dispiaceva molto di questo. Pensava :”Se fossi tra due parentesi quadre o graffe sicuramente mi vedrebbero, sono così belle e decorate, invece queste parentesi tonde sono così banali, mi rendono invisibile. Uffa!” Ma la piccola frase, pur se molto dispiaciuta, non faceva nulla per uscire dalle sue parentesi.

La piccola frase era parte di una favola, una favola che parlava di principi e principesse draghi e castelli, un po’ come tutte le favole, insomma. La favola era parte di un libro bellissimo,oro e rosso di grande prestigio e viveva in una biblioteca immensa, dove ogni giorno milioni di persone venivano a cercare il loro libro.

Il libro di fiabe era sfogliato e letto molto spesso e la frase vedeva occhietti attenti e stupiti che scorrevano quelle pagine con meraviglia e attesa. Ma mai nessuno leggeva lei, o almeno cosi le sembrava. Lei aspirava a grandi onori e prestigi, forse voleva essere la favola stessa!

 

Un giorno stufa di tutto ciò decise di forzare le sue parentesi e uscire da esse affinchè tutti la potessero vedere. Con tutte le sue forze, spinse di qua e di là finchè le due parentesi non caddero giù dalla riga e andarono a finire vicino ad una virgola nella riga di sotto.

La frase era davvero molto felice, ora si che tutti si sarebbero accorti di lei e tronfia e spavalda attese il lieto evento.

Ma, la frase, senza la parentesi, non aveva più posto all’interno del periodo e rendeva la frase senza senso e dava alla storia un che di strano e confuso.

I bambini che leggevano quella favola, quando arrivavano alla nostra frase, perdevano il filo e scontenti giravano l pagina e ne iniziavano un’altra.

Triste e sconsolata, la frase si pentì di ciò che aveva fatto perché ora invece di leggerla, come lei sperava, i bambini erano tentati di cancellarla con una penna.

Un giorno, un bambino saccente e studioso, capitò su quel libro di favole così bello e quando arrivò alla nostra frase, prese una penna e la racchiuse la nostra frase tra due parentesi tonde e contento continuò la sua lettura. Ora le cose avevano ripreso il loro ordine. La frase aveva il suo giusto posto nel periodo e lei ora sapeva che il suo valore nel libro era importante, cosi come quello di ogni altra parola del libro. Ognuno aveva il suo compito lì dentro e ogni compito era importante. Il suo era di essere una piccola frase tra parentesi che spiegava e puntualizzava un punto importante della storia e senza la quale la storia non aveva più senso.

Fu orgogliosa del suo posto e delle sue parentesi e capì quanto importante è il ruolo di ognuno all’interno della storia, qualunque storia sia.

Le bolle di sapone

C’era una volta, un anziano saggio che viveva lungo la riva di un mare verde e bianco. Aveva molti proseliti e tutti andavano da lui a chiedere consiglio.

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Un giorno, lungo la spiaggia, si mise ad osservare un bambino che si divertiva a giocare con le bolle di sapone. Faceva una bolla dopo l’altra e poi si divertiva a scoppiarle con leggerezza e divertimento.

Chiamò a se i suoi proseliti e gli disse di osservare attentamente il bambino.

“Quel bambino laggiù ci mostra un insegnamento importante”.  Nessuno comprese cosa intendesse il loro maestro, più guardavano il bambino giocare più si confondevano. Cercarono di vedere nelle bolle un qualche significato misterioso ma, dopo un’ora di osservazione costante, il bimbo se ne andò e loro rimasero con la confusione iniziale.

Allora il maestro li chiamò di nuovo a sé e disse:

“Le bolle di sapone si creano con facilità, basta un piccolo soffio e subito ne compaio due, tre anche quattro per volta ma basta un altro soffio o un dito levato su di loro per farle scomparire.

I pensieri negativi sono come le bolle compaiono tutti insieme e ci riempiono la mente. Noi pensiamo siano fatti di cemento perché li sentiamo pesanti e non riusciamo a mandarli via. Basta, invece, pensare a loro come se fossero delle bolle e con gioia e allegrezza soffiarci sopra e mandarli via, oppure immaginare con un dito di romperli e quelli scompaiono in mille gocce.

Ci vuole la leggerezza e la gioia dei bambini per far diventare la nostra mente leggera e ci vogliono immagini positive che invocate rompono tutte le bolle che compongono i nostri pensieri negativi. Spero ora abbiate compreso quante lezioni la vita ci invia e ogni lezione è intorno a noi nella semplicità delle cose”.

La guardiana del respiro

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Dicono che esiste ma nessuno l’ha vista, dicono che ogni notte la sua presenza rende i sonno tranquilli.

C’è una storia che racconta du questa donna che si sveglia al tramonto e che passa nelle case di tutto il mondo a controllare i respiri addormentati.

Come un accordatore di strumenti musicali, lei posa la sua mano sui petti “scordati” e accorda al suo respiro quello della persona addormentata.

Lei è presente nelle stanze dei bambini ammalati, dove catarro e tosse rendono la respirazione disarmonica. Il suo tocco restituisce la giusta armonia.

C’è, dove il russare squarcia la pace notturna, a placare il rumore e a renderlo musica.

La trovi nelle notti asmatiche di chi non ce la fa a respirare la vita o in quelle ansiose di chi accorcia il fiato per paura di allungarsi verso il mondo.

Lei placa e armonizza. Il suo respiro nel tuo respiro e tutto torna in equilibrio.

Quando tutto è nell’ordine naturale dell’universo e ogni respiro si alza e si abbassa con ritmo, lei va a dormire e sorge il sole di un nuovo giorno.

Qualcuno la chiama mamma, noi la chiamiamo la guardiana del respiro.

Le due terre

Il protagonista delle fiabe sei tu! Perchè non esserlo anche nella vita?

C’era una volta una donna che possedeva due campi. Entrambi erano terreni ricchi e rigogliosi ma molto diversi tra di loro. Il primo era di terra scura e vulcanica, aveva pendii e pianure e si affacciava su un mare limpido e blu. Il secondo era di argilla e sabbia , terra chiara e pianeggiante ma con sassi che ogni tanto ne interrompevano la linearità.

La donna aveva seminato su entrambe semi diversi. Con cura aveva dissodato la terra, creato i solchi e deposto i semi che poi aveva con amore ricoperto. Era orgogliosa di quei semi che aveva custodito per anni per questi due terreni, solo a loro era disposta ad affidarli.

Annaffiò e concimò i due campi, ogni giorno, in attesa di veder spuntare le prime piantine ma i giorni passavano e non si vedeva nulla. Era sicura che i suoi terreni sarebbero stati migliori di quelli degli altri, rigogliosi e abbondanti.

Ogni seme avrebbe germogliato piante bellissime.

Man mano che attendeva, nelle terre accanto alle sue nascevano le prime piantine mentre nei suoi nulla.

Un giorno, però, si accorse che qualcosa stava accadendo, nel terreno scuro facevano capolino alcune timide piantine e in quello chiaro, tra le zolle di terra, spuntavano germogli sparsi.

Le nuove piantine erano sbucate dalla terra alla rinfusa, senza nessun ordine, senza l’ordine che la donna gli aveva dato quando le aveva piantate.

I semi erano maturati e cresciuti a loro modo e con un loro ordine.

La donna era molto delusa, dopo tanto lavoro i suoi campi era disordinati e diversi da come li aveva progettati. Dopo qualche tempo, le piante avevano invaso i due terreni di mille colori. Fiori che lei non aveva mai piantato si ergevano maestosi nati da semi portati su quella terra forse dal vento o da qualche uccellino. Erano delle coltivazioni meravigliose.

La donna non ne era felice vedeva solo disordine e diversità.

Non riusciva ad accettare che i suoi semi non avessero dato i frutti sperati  e che i suoi campi non fossero come lei li aveva immaginati.

Erano, però, talmente particolari e belli, di una bellezza fuori dal comune che venivano ad ammirarli da ogni parte del paese.

Un bel giorno un bimbo, mentre li osservava, chiese alla donna: “Quanto sono belli i tuoi campi. Come hai fatto a renderli così speciali?”.

Lei imbarazzata rispose: “Io non ho fatto nulla, ho solo preparato la terra per i semi, dopo hanno fatto tutto da soli. Io avevo in mente altro per questi campi. Anche se ho sorvegliato la loro crescita dai miei semi sono nate piante e fiori dalle forme e dai colori che appartengono ad altre specie. Sono molto demoralizzata per questo. I miei sforzi sono stati vani.”

Il bambino dispiaciuto dalle parole della donna le disse: ” È come dire che non vuoi più bene ai tuoi figli perchè sono diventati troppo alti o troppo capelloni o troppo magri. Non vorrei mai che mia mamma un giorno dicesse così di me.”

La donna rimase colpita dalla frase del bambino e comprese la lezione che le aveva dato lui e la natura.

Da quel momento amò ancor di più i suoi campi speciali.

Il signor buio

C’era una volta un bambino che aveva paura del buio, molta paura del buio. Ogni sera dopo il bacio della buonanotte, la sua stanza si animava di mostri di ogni tipo e forma. Tanti quanti la sua immaginazione riusciva ad inventarne.

Si spaventava persino del movimento dei suoi piedi sotto la coperta e nascosto sotto il lenzuolo si avventurava ogni notte nel suo mondo impaurito.

Una notte particolarmente animata da mostri ,stufo di sentirsi sempre così impaurito, esclamò ad voce alta: “Perchè non scompari buio saremmo tutti più felici sulla terra senza di te”.

Finite le parole si sentì un PUF e poi un POPOF SPATAPUM e una vocina arrabiata che sbraitava contro i bambini.

“Sono stufo delle lamentele di voi bambini e della paura che avete di me”. Basta faccio le valigie  e me ne vado in vacanza. Hey tu esci da quelle coperte parlo con te.” Il bambino impaurito sbirciò e vide una matassa nera di pelo che si muoveva agitando le braccia ma che sembrava un piccolo orsetto senza mamma.

“Sappi che da domani il buio non ci sarà più dovrete chiedermi scusa se vorrete il mio ritorno.”

SPATAPUF e scomparve.

Il bambino si addormentò e il giorno successivo non si ricordò delle parole del piccolo signor Buio.

Passò il giorno come sempre ma quando arrivò il momento che il sole lasciasse il posto alla luna non accadde nulla. Il sole rimase al suo posto, fermo e luminoso. Il bambino si sentiva un pò confuso  aveva sonno ma fuori era giorno e tutto sembrava bloccato nella luce.

Fù cosi per tutti i giorni successivi e il bimbo senza il buio, anche se aveva sonno, faceva fatica a dormire. Si addormentava e si risvegliava e si sentiva stanchissimo.

Un giorno sconsolato e stanco disse:“Caro signor Buio ma quando torni? Come vorrei che tu tornassi”.

PATAPUF ricomparvè il batuffolo nero ma questa volta con voce dolce disse: “Hai capito perchè esiste il buio? Con il buio ci si riposa per il giorno successivo. Il buio è importante quanto il giorno. Non nasconde nulla ma culla il tuo sonno e i tuoi sogni.”

Il bimbo annuì e disse: “Ti prego torna a darci riposo. Abbiamo bisogno di dormire. Non avrò più paura di te da oggi in poi.”

Il buio PATAPLUF tornò a colorare di nero le ore notturne e da quel momento i bambini non ne ebbero più paura.

 

Il ghiaccio e il fuoco

Gli opposti come unione.

 

Esisteva nella terra dell’acqua un guerriero bianco che tutti chiamavano il Principe di ghiaccio.

La sua armatura era bianca come la neve e i suoi occhi mandavano i bagliori azzurri del ghiaccio.

Aveva capelli color dell’oro, arrotolati in piccoli anelli che gli incorniciavano un viso di una bellezza intensa.

Il principe amava i suoi ghiacci e correva su di essi in groppa al suo splendido cavallo alla ricerca di nuovi posti da scoprire.

Un giorno, in un buco nel ghiaccio, trovò un coniglio bianco come la sua armatura e dagli occhi blu come i suoi.

Non era abituato a vedere animali intorno a lui poiché viveva nel ghiaccio sconfinato.

Quel coniglio lo guardava e poi guardava verso sud finché non cominciò la sua corsa.

Il principe prese a seguire il coniglio.

Corsero per ore ed ore e il paesaggio nel frattempo mutava il suo aspetto. Dal bianco passò al grigio del ghiaccio sciolto e poi dal grigio al marrone della terra e poi a quello verde dei boschi.

Ad un certo punto la folle corsa del coniglio si fermò all’interno di una fitta boscaglia, ai piedi di un monte bucato, al centro del quale, tra il fumo della vetta, si ergeva un castello rosso fiamma imponente e maestoso.

Il principe, abituato al bianco opalescente delle sue terre, faceva fatica a vedere ciò che lo circondava e le forze gli venivano meno. La corsa lo aveva spossato e ora  tutta la fatica si faceva sentire.

Si accasciò ai piedi di un albero brullo e arido ma non era un albero qualunque era enorme, con un tronco gigantesco e lunghi e nodosi rami che si allungarono per proteggere il sonno del principe del ghiaccio.

Quando si svegliò si ritrovò in un letto dalle coperte blu, morbido e profumato. Ad attendere il suo risveglio c’era un uomo dai lunghi capelli neri come il carbone, gli occhi marroni come la terra bagnata e la pelle color dell’ambra.

Indossava un abito rosso fuoco e oro.

Si presentò come il principe del fuoco, signore del fuoco e dei vulcani. Il principe del ghiaccio si alzò e si presentò.

Riconobbe sul petto del principe del fuoco un medaglione identico al suo, un cerchio al cui interno era disegnata una spirale. La sua era blu quella dell’altro era rossa. Dietro entrambi i medaglioni c’era una scritta. Nella sua c’era scritto “Nel rosso troverai il blu” nell’altra c’era scritto “Nel blu troverai il rosso”. Non ne avevano mai compreso il significato. Entrambi l’avevano dalla nascita.

I due medaglioni erano complementari si incastravano perfettamente uno nell’altro. Provarono ad unirli e una luce abbagliante li travolse e li portò via.

Si ritrovarono nel cuore del vulcano, in una caverna da cui si percepiva il calore del magma poco distante. Una fiammella si staccò dal fuoco e andò verso di loro, si divise e spinse i due lontano.

Il principe del fuoco fu scagliato nella terra del ghiaccio e dell’acqua.

Il principe del ghiaccio fu scagliato nelle profondità del vulcano. Una voce disse ad entrambi: “Trovate il cuore sepolto e unirete ciò che è diviso”.

Il principe di ghiaccio cominciò a perlustrare i cunicoli del vulcano e man mano che avanzava si trovò attorniato da affreschi variopinti che raccontavano la storia di due terre che l’unione tra il re del fuoco e la regina dei ghiacci avevano riunito. Erano diventate un tutt’uno.

L’acqua spegneva gli eccessi del fuoco e gli incendi nei boschi. Il ghiaccio manteneva il cibo e tratteneva l’acqua.

Il fuoco riscaldava nelle notti fredde, cuoceva i cibi  e veniva usato per le cerimonie.

La terra dava frutti e fiori era pascolo per gli animali e casa per gli uomini.

Ai due regnanti nacquero due gemelli uno bianco come la neve  e l’altro con lo sguardo della terra.

Poi gli affreschi sbiadivano si vedevano lotte tra i due popoli per la supremazia e alla fine una linea lunga e nera che divideva i due gemelli.

Uno nella terra del ghiaccio con la madre e l’altro nella terra del fuoco con il padre.

Nel frattempo anche il principe del fuoco leggeva la sua storia sugli affreschi dipinti nelle grotte marine del paese del ghiaccio.

Lacrime sgorgarono su entrambi i volti e si riunirono ai loro piedi dove divennero due piccoli cuori uno blu e uno rosso.

Lo raccolsero e tutti e due si misero a correre per raggiungere l’altro e raccontargli ciò che avevano visto.

Si incontrarono nel punto dove il ghiaccio diventa fiume e la terra da vita ai boschi. Li si scambiarono il cuore e premendolo ognuno sul petto dell’altro operarono l’unione di due mondi.

Sul petto bianco del principe dei ghiacci comparve un cuore rosso pulsante mentre gli occhi profondi del principe del fuoco divennero blu.

La terra si riunì non più solo ghiaccio ed acqua da una parte ma il calore del fuoco creò paesaggi con fiumi, laghi ed erbe verdi e rigogliose nutrite dall’acqua.

I ghiacci si ritirarono sulle vette delle montagne e ai due poli opposti della terra. Nuovi animali la popolarono e i popoli si evolsero. Il fuoco dei vulcani si placò e si ritirò nelle viscere della terra.

La terra nutrita dall’acqua divenne fertile e rigogliosa e foreste e boschi esplosero nella loro bellezza.

All’unisono grida di giubilo si udirono da ogni punto della terra. L’unione tra i due regni si era conclusa e un sole grande e imperioso si erse per benedire quella nuova era in cui gli opposti si sono uniti e hanno creato il mondo.

E i due principi?

Si sono uniti alla gente nel canto più bello del mondo, il canto della vita.

La storia del semino vagabondo

La vita è un dono che germoglia dentro di noi.

 

C’era una volta un semino vagabondo.

Vagava per il mondo per conoscere ogni cosa.

Aveva deciso che non si sarebbe mai fermato in un posto preciso ma che la sua vita sarebbe stata sempre in movimento.

Un giorno giunse in piccolo paese in riva al mare.

Un luogo simile a tanti altri ma che quando lo vide lo colpì.

Lui non aveva mai visto il mare.

Rimase a bocca aperta dinanzi ad esso.

Decise di rimanere qualche giorno vicino a questo grande gigante blu, voleva conoscerlo.

Durante il suo soggiorno, un pesce, vedendolo, venne a galla incuriosito.

I due fecero amicizia e il semino gli raccontò le storie fantastiche dei posti che aveva visitato.

Affascinato da questi racconti il pesce invitò i suoi amici ad ascoltarlo e ogni giorno ne arrivarono di nuovi.

Era cosi bello poter condividere la propria storia con qualcuno, pensò il semino.

Venne l’inverno e i pesciolini dovettero abbandonare quel mare per posti più caldi e salutarono il semino che si ritrovò di nuovo solo.

Decise di riprendere il suo cammino ma non trovava più gioia nel fare il suo percorso da solo.

Ora che aveva conosciuto la gioia della condivisione non voleva più ritrovarsi in solitudine.

Giunse, così, in una città grigia e affollata.

Pensò che era brutta e buia e che voleva andarsene.

Ma un vento gelido lo trasportò su un balcone di un grosso palazzo grigio e sporco.

Non sapeva che fare era infreddolito e anche impaurito.

Si guardò intorno e vide un piccolo vaso solitario pieno di terra.

Pensò di riposarsi un po’ sotto la terra.

Entrò nel vaso si coprì e si addormentò, ignaro di ciò che stava accadendo.

Dormì per lunghi mesi mentre il suo piccolo corpo subiva grandi trasformazioni.

Arrivò la primavera e al posto del semino comparve una rosa profumata e bellissima di colore bianco.

La famiglia che abitava nell’appartamento su cui si affacciava il balcone, vedendo spuntare dalla terra un piccolo germoglio, lo aveva curato per tutto l’inverno con

acqua e amore.

Il semino divenuto rosa si sentiva così bene in quel posto, nessuno lo aveva mai curato e la cosa lo riempiva di grande gioia.

Ogni giorno gli davano acqua e ogni giorno vedeva i preparativi delle persone della casa prima di andare a scuola e in ufficio, la cena e ascoltava i capricci del bambino che ogni tanto si sporgeva per annusarlo, insomma si sentiva parte di quel mondo.

Ma il tempo passava e le giornate stavano diventando fredde.

Il fiorellino pensò che presto il gelo lo avrebbe fatto seccare e impaurito fece una preghiera al Signore:

Oh Signore fa che io possa rimanere con loro!

Il Signore chiamato dai suoi angioletti ascoltò la preghiera del piccolo fiore e commosso decise di accontentare il semino.

Arrivò l’inverno e il semino, ormai fiore, salutò i suoi amici coi suoi petali sparsi sul balcone, e poi si addormentò.

La mamma li raccolse e li mise in un sacchetto.

Quando si svegliò si rese conto che non era più nella terra. Ma dov’era?

Un posto caldo e confortevole, sentiva suoni attutiti e carezze e poi quanta acqua intorno a lui.

Acqua dolce e calda.

E quella sensazione di carezza che ogni tanto sentiva addosso cos’era?

Anche la donna si accorse che qualcosa in lei era cambiata. Aspettava un bimbo, un bimbo inatteso giunto col freddo sulla scia di quei petali di rosa.

Grande fu la gioia ora avevano un altro semino da cullare e amare.

Avevano raccolto i petali di quell’unica rosa in un sacchetto e quando il bimbo venne al mondo lo misero nella sua culla, inconsapevoli che dall’amore di quel fiore era venuto al mondo quel bimbo.

Ora anche lui aveva una casa e una famiglia.

e ora continua tu…

Il potere delle favole o delle parole è infinito. Al piccolo laboratorio “Tra segno e disegno” ho assistito ad una piccola magia.

Abbiamo letto un favola e poi chiesto ai presenti di scriverne il finale .

Loro nel frattempo avevano disegnato e interpretato delle parole chiave.
Ogni finale conteneva, in piccolo, una fotografia della persona che lo aveva scritto ed esprimeva la sua personalità e le caratteristiche emerse dai disegni.

È stato bellissimo lo svelarsi di tutto ciò davanti ai miei occhi. Eravamo li per un laboratorio di grafologia, quindi impegnate sui disegni e sulla scrittura e invece la fantasia e la creatività mi hanno spiazzato e dato il biglietto da visita di ognuno.

Ora tocca a voi.

Ecco la favola:

C’era una volta un ALBERO magico che viveva nel fitto di un bosco incantato.

Molti uomini e donne avevano prvato a cercarlo ma nessuno mai era riuscito nell’impresa.

Si raccontava che chiunque lo avesse trovato sarebbe diventato un principe o una principessa e che la sua CASA si sarebbe trasformata in un castello sfarzoso.

A guardia dell’albero c’era un serpente enorme e minaccioso che non permetteva a nessuno di avvicinarlo e tanto meno di entrare nel bosco incantato.

Un giorno passò di là una DONNA o forse un UOMO nessuno lo sa di preciso. Forse c’erano entrambe.

Si trovò da quelle parti per caso e dovendo fare legna per la sua FAMIGLIA decise di entrare nel bosco.

Ora qui la storia si fa misteriosa alcuni dicono che la donna  portasse al collo una collana di vetro che col riflesso del sole accecò il serpente che ferito si ritirò nella sua tana.

Altri invece dicono che l’uomo sconfisse il serpente con giochi di magia e indovinelli e riuscì a ingannarlo e a passare.

La donna o l’uomo raccolsero la legna e mano mano si avvicinò all’albero di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza.

Aveva sete e vide che un meraviglioso ruscello d’ACQUA si dipanava intorno ad un albero nodoso e vecchio così secco che sembrava assetato. La donna o l’uomo bevve dal ruscello e poi prese  un po’ d’acqua nel cavo delle mani e la mise sulla terra intorno all’albero. Il serpente, intanto, ripresosi dall’accecamento momentaneo era alla ricerca del suo feritore. Lo trovo intento ad abbeverare l’albero magico.

Ora continua tu……

Alla prossima con qualche finale….

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